mercoledì 21 marzo 2012

RIGOR MONTIS


Achille Conforti
Il Rasoio di Monti (di Beppe Grillo). Era una giornata di primavera. Il sole caldo di Roma anticipava già l'estate. Il secondo Vday di Torino era alle spalle. Ero stato invitato dall'ambasciata americana a Roma per una colazione. Mai successo in vita mia. Accettai. Intorno alla tavola apparecchiata in una sala inondata dalla luce c'erano una decina di persone. Gentili, affabili ma soprattutto curiose sulle ragioni della nascita improvvisa di un movimento politico. Mi stupirono. Rivelarono di leggere sempre gli articoli del blog e di aver inserito il post giornaliero nella loro rassegna stampa. Nella conversazione menzionai soprappensiero "Topo Gigio..." e, quando cercai di spiegare chi fosse, un funzionario esclamò "We know who is Topo Gigio, is Walter Veltroni!". Belin, che soddisfazione. Nel commentare la situazione economica italiana nessuno fece alcun riferimento all'articolo 18 in merito agli investimenti delle aziende statunitensi in Italia. Credo che neppure sapessero della sua esistenza. Erano invece molto delusi dalla burocrazia bizantina, incomprensibile per un americano (probabilmente per chiunque), dalla tassazione abnorme sulle imprese che scoraggiava qualunque investimento in Italia e dalle leggi che non le tutelavano. Oggi, a distanza di qualche anno, vedendo Rigor Montis spiegare che togliendo i diritti ai lavoratori ritorneranno gli investimenti stranieri in Italia mi sento preso per il culo. Crediamo davvero che un'azienda del Wisconsin o del Texas si precipiterà in Italia perché finalmente sarà libera di licenziare un bergamasco o un pugliese? E allora cerco una spiegazione, la più logica seguendo il principio del Rasoio di Occam "A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire". La più logica è che l'abolizione dell'articolo 18 servirà al libero licenziamento nelle grandi imprese, con la benedizione di Minchionne, e nella Pubblica Amministrazione, a iniziare dai precari. Si scaricherà sui lavoratori il debito pubblico. "Rigor Montis..." "We know who is Rigor Montis. He is an employee of Goldman Sachs!".

giovedì 1 settembre 2011

l'elusione.......

Elusione fiscale
Non assimilabile all'evasione fiscale è invece il diverso fenomeno dell'elusione fiscale.

L'elusione consiste nel falsificare la natura dell'operazione con lo scopo di beneficiare di minori imposte. A differenza dell'evasione l'elusione non si presenta come illegale; essa infatti formalmente rispetta le leggi vigenti, ma le aggira nel loro aspetto sostanziale frustrando il motivo per il quale sono state approvate. Ad esempio, se le imposte sulla vendita di un immobile sono del 35% e quelle sulla vendita di azioni del 20%, il possessore dell'immobile può conferirlo in una società per azioni al solo scopo di vendere poi le azioni della società proprietaria dell'immobile con fortissimo risparmio fiscale.




Qui l'elusione sta nell'utilizzazione dello strumento società per azioni non per svolgere un'attività d'impresa, ma solo per trasferire la proprietà sostanziale dell'immobile, infatti in questo caso l'acquirente delle azioni in realtà ha acquistato l'immobile, ma in questo modo il venditore ha beneficiato di un'aliquota impositiva fortemente ridotta.

In Italia, esiste una norma antielusiva cosiddetta generale: l'art. 37-bis del D.P.R. n. 600/1973, secondo la quale sono inopponibili all'amministrazione finanziaria gli atti, fatti e negozi, anche collegati tra di loro, che siano contemporaneamente: privi di valide ragioni economiche, diretti ad aggirare norme tributarie e volti ad ottenere una riduzione del carico fiscale altrimenti indebita.

L'elusione è, quindi, un fenomeno che deve necessariamente e contestualmente contenere le tre componenti previste dalla norma:

l'assenza di valide ragioni economiche;
l'aggiramento di obblighi e divieti previsti dall'ordinamento;
il conseguimento di un risparmio fiscale altrimenti indebito.
Al verificarsi di tali condizioni, l'amministrazione finanziaria può disconoscere l'effetto fiscale riveniente da tali operazioni richiedendo al contribuente le maggiori imposte che avrebbe pagato compiendo l'operazione direttamente senza l'aggiramento elusivo.

L'operazione, riqualificata fiscalmente, conserva però, tra le parti la sua valenza contrattuale originaria.

Nell'esempio sopra riportato l'amministrazione finanziaria potrà applicare alla vendita delle azioni la stessa più elevata aliquota prevista per la vendita dell'immobile, ma tra le parti resta in essere l'operazione originaria di compravendita di azioni.

giovedì 21 luglio 2011

VOTO ANCH’IO? NON TU NO

…pubblicata da Armando Della Bella
21 luglio 2011

“Mi auguro un’Italia più serena, meno lacerata, meno divisa, dove la lotta politica non sia una guerra continua e dove ci sia rispetto tra le parti che fanno politica e che competono per la conquista della maggioranza” questo è l’augurio che il capo dello Stato, Giorgio Napolitano rivolgeva agli italiani, in particolare ai giovani studenti delle scuole medie, qualche giorno prima delle ultime elezioni amministrative.

In realtà, poco tempo dopo, Letizia Moratti, alla fine di un confronto televisivo quando ormai non era più possibile replicare, pugnalava alla spalle il rivale Giuliano Pisapia citando una vicenda giudiziaria senza (forse) sapere che si era conclusa con la totale assoluzione dell’avvocato milanese.
Il Palazzo della politica è sempre più lontano dalla gente e sempre più insensibile al richiamo e al rispetto delle Istituzioni.
Si avvita su sé stesso in una lotta continua tra affari ed interessi, senza un briciolo di etica, perdendo di vista il “bene comune”. Cresce l’antipolitica. Le liste dei grillini arrivano ad ottenere in alcune città, come ad esempio Bologna, percentuali di consenso a due cifre.
Negli ultimi trent’anni il numeri di coloro che disertano le urne è cresciuto progressivamente, senza sosta.
Alla fine degli anni settanta andava alla urne il 90% degli elettori, poi l’astensione ha cominciato a crescere e la partecipazione al voto degli italiani è precipitata sempre più fino ad arrivare al 63,6% alle ultime elezioni regionali (2010).
Il penultimo dato, le elezioni europee del 2009, vede la partecipazione elettorale al 69,6%. Unico momento in controtendenza, in questo trentennio, è stato quello di “Tangentopoli”, segno che il richiamo ad una politica più sobria, più etica e morale è fortissimo negli italiani.

A Trieste, al primo turno di queste ultime amministrative, si è recata al voto poco più della metà egli elettori giuliani: il 56,69% degli aventi diritto contro il 74,50% delle comunali del 2006. Un calo del 18%.
Non è da meno Gorizia che ha registrato un -23%. E così in tutta Italia dove, ad esempio, ad eccezione di Torino e Cagliari (in lieve crescita), e Milano (stabile), la partecipazione al voto ha registrato un calo diffuso: -2% a Bologna, -7% Napoli, -8% a Reggio Calabria, -2% a Siena, -1,5% a Varese, solo per citarne alcune. L’area dell’astensionismo in media, oggi, arriva a toccare il 40%.

Il nuovo sindaco di Trieste, alla fine, sarà eletto solo da un quarto degli aventi diritto al voto. Sarà il sindaco di una minoranza e tutto ciò non è sintomo di una democrazia sana, di una democrazia matura.
E’ solo l’ennesima dimostrazione della crescente disaffezione degli italiani verso questo modo di fare politica oggi in Italia, caratterizzata dall’uso ormai sistematico del “metodo Boffo”, dalla radicalizzazione del dibattito politico, dal concepire l’avversario come un nemico da annientare, dalla continua attività di dossieraggio, dalla trasformazione di una visione controversa in una strisciante ed infinita guerra civile.
Una “casta” che si perpetua con qualsiasi mezzo per non perdere benefici e privilegi.

Una disaffezione ed un astensionismo gravemente presente nel mondo dei giovani. Ho recentemente partecipato ad una sessione d’esame di cultura generale ed è stato avvilente constatare che alcuni ultra-ventenni e laureati non conoscevano il nome del presidente del Senato, i poteri del capo dello Stato, del Parlamento, del presidente del Consiglio, non ricordavano che tipo di repubblica è la Repubblica Italiana.

Quanto anacronistiche appaiono oggi le parole che Piero Calamandrei pronunciò, quel 26 gennaio del 1955, a Milano, nel Salone degli Affreschi.

Che possiamo allora pretendere dagli elettori se addirittura è la stessa classe politica che invita al “non voto”, cioè a disertare le urne al prossimo turno referendario? Nulla. Torniamo a studiare la “Costituzione Italiana”.

Armando Della Bella

copyright © giugno 2011

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domenica 29 maggio 2011

.......di Angelo d'Orsi

di Angelo d'Orsi
“Gli industriali sono divisi tra loro per il profitto, sono divisi tra loro per la concorrenza economica e politica, ma di fronte alla classe operaia essi sono un blocco d’acciaio: non esiste il disfattismo nel loro seno, non esiste chi sabota l’azione generale, chi semina lo sconforto e il panico”. Mi è già capitato di ricordare, negli scorsi mesi, quelli della “battaglia di Mirafiori”, questo brano di Antonio Gramsci dedicato allo “sciopero delle lancette” (aprile 1920), negli stabilimenti Fiat. Un momento decisivo della lotta tra capitale e lavoro, in questa città, dotato, naturalmente, di un robusto significato nazionale, grazie al forte valore simbolico di quello scontro: l’obiettivo era il potere in fabbrica. Ossia, i lavoratori hanno o no il diritto di dire la loro sulle condizioni, sui tempi, sugli orari, sui ritmi in fabbrica? Spostare le lancette degli orologi dello stabilimento Fiat indietro di un’ora da parte dei membri delle Commissioni interne, significava dire: in fabbrica, per ciò che concerne l’organizzazione del lavoro, contiamo noi. E non possiamo accettare che le nostre condizioni lavorative vengano decise, e peggiorate, da altri: siamo noi maestranze a dover decidere.

Aggiungeva Gramsci, davanti all’esito di quello scontro epocale finito malamente per i proletari: “La classe operaia è stata sconfitta e non poteva che essere sconfitta. La classe operaia è stata trascinata nella lotta”.

Anche oggi, davanti alle “agitazioni” del mondo del lavoro, ci rendiamo conto che è così. Anzi, è praticamente quasi sempre così: i lavoratori non fanno sciopero – che costituisce un peso e un costo innanzi tutto per loro, e per le loro famiglie – per attaccare: fanno sciopero per difendersi: per difendersi dall’attacco del padronato o del ceto di governo, i lavoratori sono costretti a organizzare azioni, inventano forme nuove o ripropongono forme vecchie, sperimentate (anche se talora forse bisognose di essere rivedute e corrette) di lotta nelle officine e negli uffici, o forme di azione pubblica che tentano di smuovere la “zona grigia”, o, per usare il linguaggio canonico, di “sensibilizzare la pubblica opinione”. Sono azioni di resistenza, di difesa, o, tutt’al più, di contrattacco.

In tal senso, la classe lavoratrice – operai, tecnici, impiegati – è, in questa fase storica, sulla difensiva; e la cosa si spiega perfettamente. Oggi, un “oggi” che dura da tempo, in un crescendo inquietante, è il padronato, è la destra, politica economica e culturale, a mostrare un’attitudine ideologica all’attacco alle posizioni acquisite sul piano istituzionale e sociale dai subalterni, intesi nel senso più lato. E, da questa destra aggressiva, che teorizza il “cambiamento”, tocca sentirsi chiamare “conservatori”: ma noi sappiamo che esiste anche un conservatorismo dei valori, del quale ci dichiariamo paladini, e un conservatorismo degli interessi (gli interessi dei potenti, beninteso), a cui ci dichiariamo ostili. È la destra che teorizza e cerca di praticare il “cambiamento”, chiamando “riforma” qualsivoglia ideologia o pratica volte a scardinare l’edificio dello Stato democratico, a corrompere l’equilibrio tra i poteri, a legalizzare l’illegalità; a cancellare lo spazio pubblico per trasformarlo, spezzettato, in spazi privati; a rendere ogni bene comune, ogni risorsa sociale ed economica, bene a disposizione di qualche potentato, in grado di acquisirlo e di rivenderne l’uso ai singoli, o, come viene esposto dalla comunicazione politica della lingua dominante, ossia del pensiero (all’apparenza) vincente, fruibile sul piano del “Mercato” – grande Moloch a cui non si smettono di immolare vittime sacrificali, salvo appoggiarsi parassitariamente allo Stato quando si è in difficoltà. Non basta: sono i cosiddetti “riformatori” a trasformare lo status del cittadino in quello del suddito; a usare i migranti come nuovi schiavi; a riportare i lavoratori a condizioni antiche, quelle nelle quali invece dei diritti riconosciuti e certificati dalla legge, sussistevano concessioni del “buon padrone” ai singoli: stabilimenti o individui.

Ecco, è questo il punto a mio avviso centrale. Si sta tentando, in tutto questo brusio di “riforme”, “innovazione”, “cambiamento”, “modernizzazione”, e quant’altro, di riportarci dall’età dei diritti, quella faticosamente, dolorosamente, raggiunta con lotte secolari, all’età dei privilegi. Una linea teorica e politica che ha sempre tentato, spesso, purtroppo, con successo, di dividere i lavoratori. I diritti unificano, e creano solidarietà; i privilegi dividono, e esasperano l’individualismo. Perciò sono da combattere, a maggior ragione: non solo per una motivazione storica, ma sulla base di una motivazione etica prima ancora che politica. Si propone, con il “Modello Marchionne”, un pactum sceleris: lavoro contro diritti, ossia cessione di diritti in cambio di lavoro. Come se si potesse davvero credere che rinunciando, in un determinato luogo di lavoro, a una quota di diritti potessero beneficiare tutti del lavoro posto sull’altro piatto della bilancia. È invece esattamente l’opposto. Ogni cessione di diritti implica un arretramento complessivo della classe. Si tratta perciò di un grande inganno che non è solo, guardando alla Fiat di Marchionne, l’esperimento di un nuovo modello di relazioni sociali, è, anche, la strada maestra che conduce dalla fabbrica allo Stato, non in senso gramsciano, ma rovesciandolo, in senso padronale. Il nesso tra attacco ai diritti sul luogo di lavoro e trasformazione del sistema politico verso quella che cautamente (troppo) si è chiamata “postdemocrazia” è fortissimo, e va evidenziato, denunciato.

Il nostro intento – di noi qui, che partecipiamo alle prime assise di Lavoro e Libertà, consci che si tratta di un evento il cui significato va ben oltre le nostre persone – è, precisamente, di riaffermare l’importanza dei diritti, il loro insostituibile ruolo storico: sui diritti, insomma, non si torna indietro, per usare un facile slogan, facile ma necessario; sui diritti non si può cedere, e dunque non si può neppure trattare. Il primo diritto è alla vita, il secondo, a quello strettamente connesso, non solo sul piano biologico, è il diritto per l’appunto al lavoro. Il terzo è il diritto alla dignità della condizione di lavoratori e lavoratrici, ma anche di coloro che il lavoro hanno concluso, arrivando a una quiescenza che troppo spesso somiglia al mero, mesto tempo di attesa della finis vitae. E non dimentichiamo il diritto di chi il lavoro non ce l’ha, o di chi ne ha di quelli senza garanzie, senza certezze, senza tutele.

Lavoro e Libertà deve, fin dallo slogan della nostra assemblea, ricordare agli immemori o ai distratti che la Repubblica italiana “è fondata sul lavoro”. Che significa lavoro per tutti, lavoro dignitoso, garantito, sicuro; che significa trattamento decoroso dei pensionati; che significa riconoscimento dei diritti collaterali a quello del lavoro: casa, trasporti, tempo libero. Che sia un tempo davvero liberato dalle vecchie e nuove schiavitù salariali. E dall’intrattenimento e dal divertimento imposti dal sistema: vogliamo evitare di finire nel ruolo del “gorilla ammaestrato” di cui ancora Gramsci parla in Americanismo e fordismo. Che significa, in realtà, azione di resistenza, sistematica e generale, compatta e solidale, culturale (nel senso ampio, antropologico) nei confronti dell’aggressione che ogni giorno arriva ai lavoratori, di ogni settore, da parte di amministratori delegati senza meriti alcuni al di là del risparmio sulle spese dei loro datori di lavoro; da parte di coloro che ormai come professione invece che gli imprenditori svolgono quella di fallimentatori, delocalizzatori, modesti contabili che affrontano le sfide poste dalla globalizzazione, e le stesse difficoltà della crisi economica internazionale, in termini di mera aritmetica: l’ultimo esempio è il piano per un settore storico per l’economia e per lo stesso famoso made in Italy (con cui si sciacquano la bocca i nostri governanti), il settore della cantieristica navale. Dopo aver distrutto la chimica, l’elettronica, e aver svenduto ai privati il settore agroalimentare, la telefonia, i trasporti ferroviari, e, ridotti in condizioni penose, quelli aerei, privatizzando profitti e gravando sulla comunità le perdite, ora smantelleremo anche la cantieristica… Incuranti, questi “imprenditori” da strapazzo (altro che “etica del capitalismo”!), dei costi sociali delle loro decisioni (che cosa può significare lo smantellamento della cantieristica a Sampiedarena o a Castellammare?!), oltre che del disastro sul piano delle tradizioni di innovazione e di esperienza artigianale che quel settore contiene in sé.

Resistere, dunque, a governanti cinici e rozzi, che non appaiono ormai neppure più membri di un comitato d’affari della borghesia, per citare Marx, ma inetti e violenti rappresentanti di un “partito della devastazione” che sta operando contro il Paese, contro quanto di buono esso nutre nel suo seno, contro le classi sociali che ne sorreggono l’economia, non soltanto producendo ricchezza, ma pagando le tasse: i lavoratori e i pensionati, in primo luogo. Con un accanimento particolare, voglio ricordarlo, contro scuola e università, tra le ultime roccaforti del pensiero libero in questo Paese. Accanimento che si è tradotto anche in tagli vergognosi al corpo docente, e ora si traduce anche in mancate iscrizioni dei ragazzi e ragazze: perché iscriversi a scuola o all’università se non ci sono speranze di lavoro? E che faranno questi giovani senza futuro?

Infine, ci avevano fatto credere che il lavoro fosse ormai diventato produzione virtuale di beni immateriali. Che la tuta blu fosse un espediente letterario. Che la classe operaia ormai non esistesse più. È stato necessario, per così dire, tragicamente necessario, il terribile incidente alla Thyssen Krupp per “scoprire” quei soggetti che proprio a Torino avevano animato alcune delle lotte più memorabili, dal biennio rosso agli scioperi del marzo ’43, fino alla mobilitazione dell’autunno caldo. Scoprire che esistevano gli operai e le operaie, e che esistevano ancora merci intese come prodotti materiali, e che per produrle occorreva fatica fisica, e, infine, che per produrre quelle merci, a disposizione della collettività, ma il cui profitto andava esclusivamente agli azionisti dell’azienda, si rischiava la vita.

Perciò oggi la classe lavoratrice non può sottrarsi allo scontro: perciò abbiamo visto scene inusitate, come i lavoratori sui tetti o abbarbicati ai cancelli. Perciò sono partite lotte anche dure, dalle occupazioni stradali agli assalti ai municipi. Anche ad errori, abbiamo assistito; ma come potremmo criticare quelle donne e quegli uomini, impegnati a difendere con la loro condizione lavorativa un interesse collettivo? E non possiamo anzi non incitare a sentirsi parte della battaglia tutti i proletari e le tante, innumerevoli figure sociali che entrano oggi nella grande categoria dei subalterni – dai sottoccupati ai cassintegrati, dai precari della ricerca ai pensionati cui si fa l’onta della social card, dagli insegnanti ingiuriati e vessati fino ai migranti, nuovi schiavi alla luce del sole…

Come per Pomigliano, poi per Mirafiori, e le altre analoghe, sia pure minori successive, si è messa in atto la strategia di un senso comune che ci invita a tenere conto delle “esigenze della produzione” (tanto più con il ricatto della globalizzazione a cui si è aggiunto nello scorso triennio quello della crisi), ossia del profitto; e delle esigenze della sopravvivenza, e della vita stessa, dei lavoratori, nessuno parla. La dignità del lavoro, e la libertà degli uomini e delle donne dalla tragedia della disoccupazione e della sottoccupazione, costituisce un bene talmente importante da essere dimenticato dagli anchormen dei media, o da tanta parte del ceto politico, non solo di governo, purtroppo.

In questa campagna propagandistica si è trascurato, deliberatamente, di dare il dovuto spazio alla fatica, la fatica fisica; si è fatto finta di dimenticare che gli operai sono “uomini (e donne) in carne ed ossa” (ancora Gramsci). E che i famosi dieci minuti di sosta che Marchionne ha rubato (quei dieci minuti “per andare al cesso”, su cui si accentra l’irrisione sciocca di qualche commentatore), sono soste vitali. Si è dimenticato che il lavoro operaio è fatica, è sudore appiccicoso, è grasso che imbratta, è schiene spezzate, è pipì trattenuta fino a sentirsi male per la vescica che si gonfia, è tagli alle mani, è muscoli irritati, è occhi che lacrimano, è dolore, e alla fine sensazione di totale estraniamento rispetto al lavoro, anche, eventualmente, al pezzo. E non solo: dobbiamo mettere in guardia anche contro un disegno che implica la volontà di controllo totale dei tempi di lavoro, di vita, di pensiero delle persone: un progetto totalitario, in sostanza, nel quale le regole vengono riscritte da una sola parte, quella forte, e imposte, con la violenza del sistema mediatico, politico (con la complicità di un sindacalismo corrotto o inetto), alla parte debole. Regole fondate semplicemente sulla elementare legge del più forte.

Anche per questa ragione storica, noi siamo stati e rimaniamo sulla barricata opposta. Accanto ai NO di Pomigliano, prima; di Mirafiori, poi. Una sconfitta dopo l’altra? Solo apparente, formale. Dietro l’apparente sconfitta di Mirafiori è emersa un’altra Torino, un’altra Italia che non si piega al turbocapitalismo, al neopopulismo autoritario, a rigurgiti razzisti o a tentazioni addirittura secessionistiche. Questa Torino è oggi qui, a dire che c’è e che non si piega. E che, di nuovo, ancora una volta, si pone accanto ai lavoratori, sia quelli in atto, sia quelli in potenza. A costruire una rete di protezione, fatta di cultura, di energia, di entusiasmo: una rete in cui due generazioni, o tre, si uniscono per smascherare le menzogne e per scuotere l’indifferenza. E contribuire a trasformare l’indignazione in progetto politico. E come mi è capitato di dire più volte negli ultimi mesi, questa Torino, e, come sta emergendo dai messaggi politici che giungono da Napoli e da Milano, questa Italia, quella che non vuole morire berlusconiana, leghista, e marchionnizzata, questa Italia è oggi maggioranza.

Trent’un anni fa, nell’autunno 1980, la marcia dei Quarantamila, segnò l’inversione di tendenza. Allora si parlava di “maggioranza silenziosa”, rappresentata anche fisicamente dai “quadri” di Mirafiori e Lingotto scesi in piazza contro il sindacato, contro la classe operaia; ebbene, io credo che oggi noi – noi qui che ci raccogliamo intorno alla FIOM, diventata la nostra linea del Piave, e in non poche altre trincee, noi che con Lavoro e Libertà vogliamo intraprendere un cammino di studio, di ricerca, di analisi, affidando ad altri, al nostro fianco, l’azione direttamente politica – siamo maggioranza. E siamo rimasti troppo a lungo silenziosi, inerti, o complici: è giunto il momento di riprendere la voce e di alzarla forte e chiara. Talora gridando, in piazza, talaltra semplicemente, come intendiamo fare qui, oggi, discutendo, affrontando problemi, individuando soluzioni. Due modi per dire No – uno dell’azione, militante, uno dello studio, riflessivo –, al progetto del “partito della devastazione”; ma anche due modi per dire sì: ma ad un altro Paese. Quello da costruire insieme.

Angelo d’Orsi